Dalla Liberazione allâAlleanza: la Famiglia Li Gobbi e il Percorso Alleato dellâItalia




Nellâambito della serie dedicata ai membri del Comitato Nazionale per lâItalia, The Allies Museum â World War II Liberation of Italy ha incontrato il Tenente Generale (ris.) Antonio Li Gobbi dellâEsercito Italiano per una conversazione con il Direttore Fondatore Guido Molinari. Ufficiale di grande esperienza che ha servito nel corso di una lunga carriera in numerosi comandi NATO, delle Nazioni Unite e multinazionali, il Generale Li Gobbi offre una prospettiva personale e professionale sulla storia degli Alleati. Figlio del Generale Alberto Li Gobbi, ufficiale altamente decorato della Guerra di Liberazione italiana che si unĂŹ alla causa alleata dopo lâArmistizio dellâ8 settembre 1943, il Gen. Li Gobbi riflette sullo straordinario servizio di suo padre, sui duraturi legami di cooperazione tra gli Alleati e sullâimportanza di ricordare questa lotta per la libertĂ , davvero internazionale.
Suo padre, il generale Alberto Li Gobbi, ebbe un ruolo significativo durante la Campagna dâItalia, per la quale ricevette la piĂš alta onorificenza militare italiana: la Medaglia dâOro al Valor Militare per il suo servizio nellâesercito cobelligerante italiano al fianco degli Alleati. Quali storie o insegnamenti delle sue esperienze hanno maggiormente influenzato i suoi valori e la sua comprensione del ruolo dellâItalia nello sforzo alleato?

Gruppo di medaglie del Generale Alberto Li Gobbi: una Medaglia dâOro, due Medaglie dâArgento e due Medaglie di Bronzo al Valor Militare. Il nastro allâestremitĂ , bordato di nero in segno di lutto, rappresenta la Medaglia dâOro al Valor Militare conferita alla memoria a suo fratello, Aldo Li Gobbi, per il suo servizio nella Resistenza italiana.
Mio padre, Alberto, ha combattuto la campagna di liberazione in tutte le forme possibili. In primis, subito dopo la dichiarazione dellâarmistizio lâ8 Settembre, ha provato a raggiungere il suo reparto. Catturato dai tedeschi, eâ evaso ed ha attraversato la linea del fronte insieme ad un prigioniero inglese anch'esso in fuga. Si eâ presentato quindi il 12 Settembre agli anglo-americani che lâhanno assegnato alla No. 1 Special Force. Fu da loro mandato in Algeria a fare un corso di paracadutismo e sabotaggio. Fu poi paracadutato nel Nord Italia a capo di una missione dâinformazione e collegamento con i partigiani. Assumeâ poi lui stesso il capo della formazione partigiana. Fu in seguito catturato di nuovo dai tedeschi e condannato a morte, ma riuscĂŹ di nuovo a fuggire. Ripassato oltre la linea del fronte, tornoâ poi a combattere al fronte nei gruppi di combattimento del regio esercito.Â
Câeâ da riflettere che lâItalia non aveva combattuto da sola dal 1940 al 1943. Sia sul fronte Albanese, che, soprattutto, su quello Russo mio padre combatteâ insieme ai Tedeschi con una cooperazione che era abbastanza stretta. Non diede giudizio particolare sui tedeschi in sĂŠ, che stimava dal punto di vista militare. Giudicoâ invece negativamente fin da subito la scelta del regime fascista di schierarsi con loro, scelta che andava contro la nostra storia risorgimentale e le alleanze con cui avevamo vinto la prima guerra mondiale. Avrebbe preferito che nel 1940 fossimo entrati in guerra dallâaltra parte, con inglesi e francesi, che riteneva alleati naturali in Europa.Â
Dopo lâ8 Settembre mio padre ha dovuto superare una certa diffidenza da parte degli Alleati, che lui considerava naturale, dato che eravamo noi italiani che dovevamo dimostrare di credere di voler combattere contro i tedeschi e il regime fantoccio di Saloâ insieme agli anglo-americani.
Ha mantenuto sempre un ottimo ricordo degli anglo-americani. Fu veramente tra i primi a combattere con gli alleati dato che il primo reparto regolare italiano fu schierato al fronte solamente nei primi di dicembre a Monte Lungo, dove arrivoâ il 6 Dicembre sera e andoâ all'attacco lâ8 Dicembre. Mio padre era giĂ in contatto con gli alleati dal 12 Settembre, una volta evaso dai tedeschi saltando da un treno dopo essere stato catturato ad Alessandria.
Fuâ subito volontario in una situazione molto fluida. Non si capiva ancora lâatteggiamento degli Alleati verso gli italiani. Mio padre si eâ sempre considerato un militare dellâesercito regolare italiano. Ha chiesto percioâ un'autorizzazione di operare al Nord dallo Stato Maggiore Italiano. Gli fu detto dalla No.1 Special Force che lâautorizzazione fu data, ma era stata in realtĂ falsificata. Questo comunque non gli creo nessun problema con lo Stato Maggiore Italiano.
La decisione dellâItalia, nel settembre 1943, di combattere al fianco degli Alleati segnò una trasformazione profonda per il Paese. Suo padre parlava mai di quella transizione, di come la visse personalmente e di come interpretò il nuovo ruolo dellâItalia tra le nazioni alleate? Suo padre parlava mai delle sue interazioni con soldati alleati â americani, britannici, polacchi, greci o altri â durante la Campagna dâItalia? In che modo quegli incontri influenzarono la sua comprensione del nuovo posto dellâItalia tra le nazioni democratiche?

Il generale Alberto Li Gobbi come comandante della Allied Command Europe Mobile Force (1969â1972), continuando il suo servizio allâAlleanza dopo aver combattuto al fianco delle forze alleate durante la Guerra di Liberazione italiana nella Seconda guerra mondiale.
Come detto, mio padre fin da subito dopo lâ8 Settembre scelse di combattere al fianco degli alleati. Fece il corso di sabotaggio in Algeria operato dagli Americani e il fatto che parlasse inglese lo facilitò. Dovete considerare che la lingua piuâ studiata pre-guerra era il Francese seguita dal Tedesco. I suoi contatti diretti con gli alleati durante il conflitto furono soprattutto via radio; le prime missioni della No.1 Special Force nel Nord Italia furono fatte con personale tutto Italiano. Solo nella parte finale della campagna furono anche inviati ufficiali Britannici. Mio padre fu poi integrato nel Gruppo Friuli, e nonostante il gruppo di combattimento adottasse uniformi britanniche e dottrina dâimpiego britannico, non vi erano soldati inglesi con loro. Nel settore di operazioni della Friuli ci fu la brigata Ebraica.Â
I contatti diretti con gli Alleati furono soprattutto dopo il conflitto dato che fu il primo ufficiale italiano ad andare in inghilterra alla scuola militare.
Fu in seguito addetto militare a Washington ed ebbe una lunga carriera alla NATO che vide una costante interazione con gli alleati nel dopoguerra. Ha sempre avuto un grandissimo apprezzamento soprattutto degli inglesi.Â
Guardando alla sua distinta carriera nellâEsercito Italiano, quali sono stati i momenti piĂš significativi che, a suo avviso, riflettono i valori di cooperazione e di alleanza che suo padre visse durante la Campagna dâItalia?

Il Tenente Generale Antonio Li Gobbi durante il servizio operativo in Afghanistan. Proseguendo una tradizione familiare di cooperazione internazionale, ha servito in missioni multinazionali sotto comando NATO, riflettendo la duratura alleanza tra lâItalia e i suoi partner alleati.
Sicuramente molti. Le Forze Armate italiane sono integrate nella NATO. LâItalia, nonostante lâesito della guerra, eâ entrata nella NATO prima che nelle Nazioni Unite. Fu una scelta lungimirante del Governo De Gasperi nel dopoguerra.
Nel 1977, quando sono entrato in servizio, il mio primo incarico fu presso un reparto alpino integrato nel Allied Command Europe Mobile Force con componenti di vari paesi. Io ero nel gruppo tattico Susa, un gruppo tattico genieri. Ho fatto esercitazioni NATO nel circolo polare artico in Febbraio e in Turchia al confine con lâIraq in Agosto. Da capitano sono andato al Royal Military College of Science, un tipo scuola di guerra per i weapons staff officers che fanno ricerca e sviluppo di sistemi dâarma.
Dal 1981 al 1987 sono stato in medio-oriente con le Nazioni Unite, con una grossa presenza Russa e Svedese. Sono poi stato con la NATO in Bosnia nel 1995-1996 e nel 1998, integrato con i Francesi. Prima in sala operativa e poi come capo ufficio della divisione. Nel 1999 sono stato in Kosovo con una brigata Italiana che aveva un reggimento spagnolo, una componente portoghese, e un plotone argentino. Nel 2005-2006, sono stato sottocapo operativo a Kabul, dove lâintegrazione con altri comandi era costante. Vi erano due operazioni in Afghanistan, una a guida NATO, lâISAF, e una a guida Americana, lâOperation Enduring Freedom. Nel 2009 le due operazioni si sono fuse sotto comando NATO, con gli stessi alleati del 1943-1945. Ebbi poi incarichi alla NATO nel 2003, e dal 2007 al 2010.
Il periodo della cobelligeranza nella Campagna dâItalia fu fondamentale per preparare i quadri e i vertici delle Forze Armate Italiane ad una collaborazione paritetica, che eâ stata poi perseguita fino ad oggi in ambito NATO.
Alla luce dellâattuale clima geopolitico, quali insegnamenti della generazione di suo padre ritiene piĂš rilevanti per i giovani italiani di oggi?

Il capitano Alberto Li Gobbi in uniforme durante la Guerra di Liberazione italiana, 1944, quando prestò servizio al fianco delle forze alleate nella lotta contro lâoccupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana.
Si dovrebbe guardare allâesempio che diede quella generazione di saper scegliere e di mettere a rischio il proprio rendiconto personale per il futuro del paese. Ognuno scelse individualmente, non come gregge.
Bisognerebbe riflettere sullo scegliere e il ragionare con la propria testa, senza seguire parole dâordine, senza andare in piazza con un cartello senza sapere cosa effettivamente significhi.
I giovani di oggi a volte prendono posizione in relazione a situazioni internazionali senza aver approfondito, senza sapere per che cosa si stanno schierando. Tendono a non prendersi briga di approfondire la situazione e prendono una posizione âalla modaâ. Questo comportamento di seguire le parole dâordine portò molti italiani ad acclamare Mussolini nel 1940, perchĂŠ allâepoca faceva figo fare i fascisti.
Nel suo ruolo di dirigente dellâANCFARGL, come vede il ruolo delle associazioni dei veterani nel mantenere viva, per le generazioni future, la memoria della cooperazione tra lâItalia e gli Alleati? Quali sfide e quali opportunitĂ incontra nello svolgere questa missione?

Il generale di corpo dâarmata Antonio Li Gobbi (a sinistra) interviene alla cerimonia di avvicendamento del Comando âEmilia-Romagnaâ dellâEsercito Italiano presso il Circolo Ufficiali dellâEsercito a Bologna, il 4 luglio 2014, quando assunse il comando dal generale di corpo dâarmata Antonio De Vita (a destra).
Il problema, se andiamo a vedere il periodo 1943-1945, è che nonostante ci siano varie associazioni ad esso dedicate, la piĂš nota è l'ANPI, lâAssociazione Nazionale Partigiani dâItalia. Ferruccio Parri, membro del Partito dâAzione, ne fuoriuscĂŹ per creare la FIAP, Federazione Italiana Associazioni Partigiane. Negli anni â60 fu costituita lâANCFARGL. C'è il fatto che il fenomeno resistenziale vide tanti monarchici, cattolici, militari, liberali e altri oltre ai comunisti ma altre partecipazioni alla memoria sono state ostracizzate. Non si voleva dare alcun merito della liberazione ad un esercito italiano che rappresentava le istituzioni italiane dellâepoca, che erano monarchiche. Non si voleva riconoscere ciò. Si voleva sostenere la narrativa che la liberazione fosse avvenuta tramite unâinsurrezione popolare. Cosa che non è stata. La Germania crollava sotto la spinta militare delle armate Alleate, a est i Russi e a ovest gli Anglo-Americani.Â
SĂŹ, c'è stato il fenomeno partigiano, ma ha avuto un ruolo piĂš ideale e culturale che militare. I numeri dei partigiani erano molto ridotti, nellâinverno 1943-1944 erano tra i 10 e i 20 mila. Fino a Marzo del 1945, solo qualche decina di migliaia. Lo stesso ostracismo nei confronti delle Forze Armate regolari fu anche diretto contro gli internati militari che avevano rifiutato di arruolarsi nella Repubblica Sociale. Fu tale che a Natta, politico comunista, che fu un internato, non gli fu permesso di pubblicare le sue memorie dalla casa editrice del Partito Comunista perchĂŠ non era nella narrativa politica da loro promossa. Volevano far sparire tutte quelle forme di contrasto al fascismo che non fosse il movimento partigiano comunista. Neâ forze regolari, neâ internati militari potevano essere catalogati come partigiani. Si eâ combattuto tra italiani solo percheâ ci fu un governo fantoccio al Nord. Infatti, non câeâ stato alcun fenomeno di guerriglia anti americana al Sud. Se ci fosse stato un forte sentimento fascista, al Sud ci sarebbe stata la resistenza contro gli anglo americani. Non ci fu neanche prima dellâ8 Settembre, ed eâ invece avvenuta spontaneamente subito contro i tedeschi. Questa differenza dĂ un senso del sentimento popolare degli italiani nel 1943.Â
Lei è entrato recentemente a far parte del Comitato Nazionale per lâItalia dellâAllies Museum. Cosa lâha motivata ad accettare questo ruolo e quale contributo spera che il Museo possa offrire alla conservazione e alla diffusione della storia della scelta dellâItalia di schierarsi al fianco degli Alleati?
Penso che sia importante per gli italiani soprattutto andare al di lĂ della retorica e di vedere cosâe successo in Italia dal 1943 al 1945, e che questi eventi sono stati una tessera di un puzzle molto piĂš ampio oltre i sentimenti degli italiani.
Non eâ stata solo una lotta contro il fascismo. Era una contrapposizione di ideologie e di rapporto tra stato e individuo, dove da un lato câera uno stato diritto a gestire tutto,e dallâaltro uno stato fondato sulla libertĂ individuale.
Militarmente purtroppo non ci siamo liberati da soli, ma eâ chiaro che la resistenza ha dato un fortissimo contributo morale e spirituale al paese. Fu molto importante per dimostrare che si eâ riusciti a cambiare il governo Italiano e uscire da quellâalleanza pericolosa con la Germania. Dobbiamo anche dire che se non ci fosse stato lo sbarco in Sicilia, se non ci fosse stato il bombardamento di Roma nel luglio 1943, se la guerra fosse finita prima, il fascismo sarebbe caduto?
No. Dobbiamo vedere questo in connessione con quello che sta succedendo in Iran, non si abbatte una dittatura con le bombe, ma le bombe aiutano a far capire che per quella dittatura il tempo sta finendo.
